Primo turno delle presidenziali in Moldova: il ritorno del “vitello intelligente”

Mirko MussettiLimes | 10.11.2016

Dopo circa vent’anni, il popolo moldavo torna ad eleggere direttamente il proprio Presidente della Repubblica in un contesto caratterizzato dalla forte instabilità politica interna, da una prolungata crisi economica e dalla grande fragilità geopolitica della regione. Il 4 marzo 2016 la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittime le modifiche del 2010 alla Carta che stabilivano l’investitura parlamentare del capo dello stato. Domenica 30 ottobre si sono dunque tenute in Repubblica Moldova le elezioni presidenziali a suffragio diretto.

Il grande favorito alla carica – il socialista filorusso Igor Dodon – ha mancato di un pelo la vittoria al primo turno aggiudicandosi il 48,22% dei consensi. Affronterà dunque l’europeista Maia Sandu (38,43%) al ballottaggio del 13 novembre 2016.

La campagna elettorale si è svolta in un clima alquanto teso a causa del malcontento generale derivato dall’endemica corruzione della classe politica e da frodi finanziarie colossali che hanno portato negli ultimi anni alla scomparsa di più di un miliardo di dollari (circa 15% del pil) dalle tre principali banche del paese. Le preferenze degli elettori sono dunque volte a punire un esecutivo pro-Ue che non è stato in grado di mantenere le promesse. Consultati i sondaggi, il democratico Marian Lupu – espressione del governo – si è ritirato a pochi giorni dalle elezioni per non andare incontro ad una umiliante sconfitta al primo turno. E’ probabile che questa manovra sia stata architettata dall’eminenza grigia della politica moldava Vladimir Plahotniuc: timoroso della vittoria di Maia Sandu – sostenuta dall’agguerrita Piattaforma “anti-sistema” Dignità e Verità (DA) – ritira il proprio candidato dichiarando di sostenere Sandu stessa (facendole così perdere i consensi dei simpatizzanti DA) e lasciando che la diaspora degli elettori di Lupu avvantaggiasse ulteriormente Dodon portandolo alla vittoria al primo turno. Non v’è dubbio che il machiavellico uomo d’affari preferisca al comando dello stato un rappresentante della vecchia politica come Dodon, piuttosto che una classe politica “forcaiola” o realmente riformatrice; che tutto cambi, affinché nulla cambi.

Ad urne chiuse Igor Dodon ha dichiarato che avrebbe vinto al primo turno: non è così, ma si presenta al ballottaggio incredibilmente rafforzato. Il vero pupillo del Cremlino – il nazionalista Renato Usatîi, impossibilitato a candidarsi a causa della giovane età – non farà mancare i voti al proprio concorrente alla guida della coalizione filorussa, chiedendo in cambio di indire elezioni anticipate. Con Dodon alla presidenza, Usatîi non avrebbe concorrenti che possano adombrare la propria candidatura a capo del governo, vera carica di potere in Moldova.

Chișinău sta oscillando nuovamente verso est e verso Mosca, reiterando così la classica politica estera del viţel deştept , ovvero del “vitello intelligente” che cerca di allattarsi da due vacche (UE e Russia) finendo per non nutrirsi affatto. La vittoria di Dodon potrebbe portare ad un raffreddamento dei rapporti con Bruxelles e con Bucarest che farebbero mancare il proprio vitale sostegno finanziario, mentre Mosca non coprirebbe di certo il mancato ausilio con i propri deprezzati rubli.